“Ma chi te lo ha fatto fare?”

Devo dire che è la domanda più frequente che mi sono sentito rivolgere sia da amici e conoscenti che da persone incontrate per la prima volta.

Non c’è una risposta secca a questa domanda, non c’è una risposta univoca. È un insieme di ragioni su cui vale la pena ragionare approfonditamente.

Innanzitutto, e qui mi possono capire tutti coloro che hanno la benedizione di avere figli, quando diventi genitore ti senti responsabile di tutto quello che circonderà i tuoi figli, compreso il territorio in cui crescono e vivono.

In secondo luogo, siccome la mia professione mi ha tenuto a lungo lontano dalle mie radici, ho sviluppato un attaccamento sempre maggiore a quella che per me è “casa”.

Tornando ogni volta possibile a casa, ho via via constatato che ad ogni mio ritorno c’era qualcosa che mancava rispetto alla volta precedente, qualcosa in meno.

La Sasso che conoscevo non c’è quasi più, persa in un lento declino di cui forse non si rende nemmeno conto.

Il senso di appartenenza, l’orgoglio di avere dato i natali a Marconi, la bellezza incomparabile di un territorio naturale, il senso di comunità, di cultura del lavoro e la voglia di fare non solo per sé, ma anche per gli altri sembrano sopiti, sovrastati da problematiche che paiono insormontabili ma che di fatto non lo sono.

Ho avuto tanto da questo territorio, ho passato anni meravigliosi, come tutta la mia generazione. Come abbiamo fatto a non preservare tutto questo per le generazioni future?

Sì  la crisi economica… sì il declino dei valori … sì gli scontri ideologici … 

Ma noi siamo Sasso. Siamo sempre stati capaci di rimboccarci le maniche e rialzarci, abbiamo sempre mantenuto un nucleo di valori fondamentali che prescinde da ideologie divisive e che ci ha sempre uniti come concittadini. 

Oggi mi è stata data la possibilità di fare concretamente qualcosa per riportare Sasso a quella che era (pur nel contesto moderno del mondo attuale che ho avuto la fortuna di vedere sotto molteplici aspetti) e pur conscio che ciò comporterà sacrifici per me e per chi mi sta vicino, non potevo non accettare la sfida.

Le sfide difficili sono quelle che mi hanno sempre maggiormente attirato, rispetto a quelle più facili e credo che si possa fare.

Credo che si possano migliorare le cose e che il risultato sia possibile. 

So di non avere un’esperienza politica e sinceramente, con tutto il rispetto per chi vi si dedica da sempre, in un contesto locale lo trovo un plus. Questa è la terza ragione. Troppo spesso le realtà locali sono state vissute come trampolini per una futura carriera politica, dovendo a tal fine accettare situazioni che agevolassero più questa rispetto alle esigenze reali del territorio.

Io non ho questa aspirazione, ho già avuto una carriera professionale in cui ho sempre comunque cercato di privilegiare l’aspetto progettuale rispetto a quello meramente economico, non ho bisogno di trampolini né di sovraesposizione mediatica.

Mi piacerebbe che al prossimo candidato non venisse più chiesto “Ma chi te lo ha fatto fare?” quanto piuttosto “Posso aiutare in qualche modo?”.

Credo che la mia esperienza (non solo) di amministratore in un mondo che muove sì emozioni, ma che è anche la quarta entrata finanziaria diretta per lo Stato possa applicarsi in modo pratico e diretto anche a quella che, non a caso, viene definita “Pubblica Amministrazione”, a maggior ragione in un territorio che conosco e che vivo.

Un Comune deve essere amministrato come un’azienda e chi vi lavora deve approcciarsi con spirito di dedizione e impegno.

Sarà dura ? Certamente! Serviranno dedizione e sacrificio ? Ci sarà da lavorare sodo, ma io sono di Sasso, noi siamo di Sasso, non abbiamo sempre fatto così ?

Stefano Pedrelli

Stefano Pedrelli

Stefano Pedrelli, 58 anni, sassese doc, ha svolto mansioni di team manager, addetto stampa, segretario, direttore generale e direttore sportivo. Da ultimo tiene lezioni alla scuola calcio di Coverciano e spesso fa parte delle commissioni esaminatrici che promuovono o bocciano gli aspiranti direttori sportivi. La moglie è insegnante alle elementari e le due figlie studenti universitarie.

“I miei genitori Franco e Sandra  hanno gestito per decenni la Bottega del Chiù che, nell’omonima via, era una sorta di emporio che vendeva di tutto”. 

Perché ha deciso di scendere in campo? 

“Quando hai avuto tutto dal territorio, qualcosa devi restituire prima o poi. A questo primo motivo ce n’è un secondo. Quando non sei soddisfatto di come vanno le cose nella tua città devi avere la forza di sacrificarti per fare cambiare le cose”. 

Cosa c’è in cima al programma elettorale di Stefano Pedrelli? 

“Il commercio e le infrastrutture per la mobilità, bisogna supportare lo sviluppo del commercio di vicinato. Sono tanti i negozi che chiudono, in aumento le zone di degrado della città e numerosi i furti nelle case, anche di giorno”.